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p. Aurelio GAZZERA

Padre Aurelio GAZZERA

Missionario a Bozoum, una piccola città del nord. Più di tremila sfollati hanno cercato rifugio nella missione. I militari francesi si sono fermati solo cinque giorni, poi sono ripresi i disordini
Aurelio Gazzera, 51 anni, missionario Carmelitano, ha lasciato la sua Cuneo per la Repubblica Centrafricana nel 1992. Dal 2003 vive a Bozoum, una cittadina di 25mila abitanti nel centro nord del Paese, fra le zone più colpite dai disordini, oltre alla capitale, Bangui. Padre Aurelio nel 2007 si è guadagnato sul campo un appellativo di tutto rispetto, lo chiamano “l’uomo che ha piegato i fucili ai banditi” che infestavano la zona. Padre Aurelio, oltre che parroco della chiesa di Bozoum, è anche responsabile della Caritas della vicina città di Bouar, sede della diocesi, e così deve occuparsi anche di quanto accade al di fuori della sua città, in tutto il Paese.

Nell’ultimo mese qui alla missione sono nati quattordici bambini. Ogni giorno faccio parecchi giri in mezzo alla gente, semplicemente per sorridere e  incoraggiare”. La missione di Bozoum ospita più di tremila sfollati, gente che viveva in città o nei villaggi ed è fuggita da violenze e saccheggiamenti. Padre Aurelio tira le somme di un 2013 interminabile: “Dal colpo di Stato di marzo è stato tutto un susseguirsi di violenze, saccheggi, torture ed uccisioni. E il Centrafrica, già tra gli ultimi Paesi del mondo, ha continuato a inabissarsi”. Poi, guarda con preoccupazione al nuovo anno: “Mi meraviglio che non sia ancora successo niente”.

Nella capitale, Bangui, si contano un migliaio di vittime, solo a dicembre, la tensione continua a crescere, fra musulmani e cristiani che si scontrano, non per questioni religiose, ma politiche e culturali. Qui a Bozoum abbiamo avuto circa 70 morti, nello stesso periodo”. Padre Aurelio è diventato un punto di riferimento, nella sua zona: “Ho tentato di portare un pizzico di razionalità nella guerra, incontrando almeno una dozzina di volte i ribelli antibalaka ed una decina di volte quelli della Seleka. E’ un lavoro continuo, che facciamo insieme ai musulmani. Per ora però non ci sono risultati, forse siamo riusciti solo a ritardare un po’ il disastro.

I militari francesi hanno raccolto informazioni da lui e dal suo blog (http://bozoum.blogspot.it/) prima di inviare i loro uomini a Bozoum. Sono arrivati, il 17 dicembre, accolti come dei liberatori. Il giorno dopo i seimila sfollati che si erano rifugiati nella missione sono tornati nelle loro case. Prima però hanno partecipato ad una messa di ringraziamento, quindi hanno pulito e riordinato tutto: la casa parrocchiale, la chiesa e le scuole che li ospitavano. La pace però ha avuto vita breve, è durata solo cinque giorni, poi i francesi se ne sono andati e non è ancora arrivato nessuno a rimpiazzarli. “Siamo abbandonati a noi stessi”, padre Aurelio è un inguaribile ottimista, ma la situazione è tutt’altro che facile: “mi meraviglio che non sia ancora successo niente di particolarmente grave, finora, a Bozoum”. Anche il disarmo sembra più teorico che pratico: le fazioni in lotta hanno consegnato quasi solo armi vecchie.

Nella missione sono tornati gli sfollati a cercare rifugio, circa tremila. Altri tremila si sono nascosti in città. Pochi, in confronto ai 400mila che sono accampati fra chiese, monasteri e missioni a Bangui. Anche l’Arcivescovo, Dieudonné Nzapalainga, e l’Imam della capitale, Omar Kobine Layama, hanno lanciato l’ennesimo allarme, a fine anno, con una lettera aperta: “Temiamo che il peggio debba ancora venire”.

Bozoum, nel suo piccolo, offre uno spaccato significativo su quanto sta accadendo nella Repubblica Centrafricana: “Abbiamo tentato tutto il possibile, abbiamo incontrato gente armata fino ai denti, abbiamo chiesto e richiesto la presenza dei militari, ma nessuno sembra capire il disastro che si rischia qui… Temo che arriveranno solo tardi, per contare i morti, insieme a qualche giornalista che dirà le solite cose, dopo!”. Padre Aurelio, nonostante tutto, non si dà per vinto: “C’è ancora tempo. Auguriamoci di fare tesoro di quello che è passato.
Che Dio ci benedica!

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